Pensare in modo strategico

Questo articolo appartiene alla serie Il falso mito del veganismo.

  1. L’esplosione del veganismo
  2. Il lungo cammino percorso 
  3. Il cambiamento è nel carrello della spesa
  4. Pensare in modo strategico
  5. Verso il superamento del mito del veganismo
  6. La necessità di un movimento per i diritti animali

Chiunque intenda agire per cambiare le sorti di più animali nel minor tempo possibile, deve pianificare i propri passi in modo strategico, così da accelerare una transizione che potrebbe sembrare oramai inevitabile ma che come abbiamo visto è molto lenta e necessita di un costante stimolo.

Partiamo da una considerazione di comune buon senso che però non è così facilmente accettata dai “militanti” del movimento vegano: chi mangia animali non lo fa certo per sadismo ma semplicemente per abitudine e per gusto. Ciò non toglie che davanti alla spiegazione del perché un simile comportamento non sia necessario ma provochi evitabile sofferenza e non sia quindi moralmente accettabile, in pochissimi ammettono di fare qualcosa di sbagliato e si impegnano di conseguenza a cambiare le proprie abitudini, mentre la stragrande maggioranza cerca giustificazioni per continuare a comportarsi come ha sempre fatto.

Allo stesso tempo, è anche vero che molti più onnivori di quanti si possa immaginare hanno un sincero interesse verso gli animali e hanno a cuore la riduzione della loro sofferenza. Per questo motivo, quando costoro vedono immagini di violenze negli allevamenti o nei macelli, chiedono a gran voce il rispetto delle leggi e la punizione dei colpevoli, così come quando vengono a conoscenza della storia di una mucca che scappa dal macello si commuovono e ne invocano la grazia. Eppure, poi tornano a consumare quegli stessi animali come se nulla fosse.

Come conciliare questi due diversi comportamenti, apparentemente schizofrenici? Senza dover chiedere aiuto alla psicologia ma applicando nuovamente la comune logica, possiamo semplicemente rispondere che a ben vedere ciò che sembra in contraddizione non lo è affatto: mangiare animali non è necessariamente indice di smisurato egoismo ma spesso solo di una mancata riflessione o di una inesatta conoscenza della realtà in cui vivono gli animali e delle alternative esistenti che ne rendono superfluo lo sfruttamento.

Chi intende effettuare un’opera di sensibilizzazione non deve quindi soltanto mirare a raggiungere quante più persone possibili: ancora più fondamentale è che calibri il messaggio con meticolosa attenzione, per spingere a far riflettere e stimolare verso scelta compassionevoli. In caso contrario, si otterrà insofferenza e netta chiusura, quindi un risultato opposto rispetto a quello sperato. Bisogna tenere conto che ben pochi di coloro che vengono raggiunti da un messaggio così radicale sono pronti ad abbracciare una dieta vegana sin dal primo momento e quando vengono posti davanti a questa scelta si mostrano titubanti o apertamente mi opposizione, perché non si sentono pronti a cambiare il proprio stile di vita, per paura delle rinunce a cui vanno incontro. 

Si tratta di una situazione ben nota a chi fa attivismo in strada, perché la prima reazione di chi ascolta una frase come «l’unico modo per evitare la sofferenza degli animali è diventare vegani» è quasi sempre un momento di smarrimento e spesso una netta chiusura, anche se fino a un momento prima la stessa persona ammetteva che ciò che accade negli allevamenti sia ingiusto ed evitabile. Alle volte, gli interlocutori ammetteranno che il veganismo è la strada giusta ma porranno subito dei limiti, sostenendo di poter ridurre il consumo di carne ma non eliminarlo del tutto.

Se una richiesta così esplicita porta (quasi) inevitabilmente a una rapida presa di distanza dal problema, una resa emotiva all’inevitabilità del fatto che viene richiesto uno sforzo superiore alle proprie possibilità. Questo repentino cambio di atteggiamento è chiaramente visibile nell’improvvisa ostilità con cui l’interlocutore si pone o nella chiara volontà di tagliare corto e abbandonare la conversazione. Per evitare una simile situazione, è sufficiente non presentare il veganismo come unica soluzione.

Un approccio più soft, che elogia come utile l’impegno a una riduzione del consumo di carne, ha dimostrato di avere più probabilità di successo e questo sia nel non far cadere la possibilità di conversazione, sia nell’ottenere una sincera predisposizione al cambiamento (si veda la ricerca di Animal Charities Evaluators: www.animalcharityevaluators.org/research/interventions/leafleting/leafleting-outreach-study-fall-2013/leafleting-outreach-study-analysis-fall-2013/).

In termini strategici, è quindi fondamentale indicare la strada riduzionista come alternativa percorribile, in modo da spingere più gente ad interessarsi in modo positivo alla condizione degli animali e assumere un impegno personale ad assumere un diverso stile alimentare, in funzione della riduzione della sofferenza altrui. Per questo, nel dialogare con quel 92% di popolazione che ancora non è stata raggiunta e/o convinta dal messaggio etico portato dal movimento per i diritti animali, è utile enfatizzare che ogni riduzione è utile e che si tratta pur sempre di un modo per salvare animali. Diversamente, se si rende troppo ardua ai più la strada, imponendo come unica etica il veganismo anche a chi è sinceramente intenzionato a ridurre la sofferenza degli animali, questi verrà probabilmente preso dallo sconforto e rinuncerà. Si tratta di una reazione normale, davanti a chi contesta che l’unico passo eticamente accettabile da compiere è proprio quello che in quel momento non ci si sente in grado di compiere.

Al contrario, ogni sincero interesse va fatto emergere e ogni sforzo valorizzato e incoraggiato. A tal fine, è utile presentare sé stessi come esempi di persone che hanno eliminato alla radice ogni forma di sfruttamento animale, in chiave di rafforzamento dell’impegno riduzionista che chi sta di fronte è chiamato ad assumersi: in confronto al proprio cammino, ciò che gli viene richiesto appare a maggior ragione come ragionevole, sensato e realizzabile.

Se ci si accorge che la persona con cui si parla è titubante, è meglio quindi impostare la conversazione richiedendo un impegno minimo, fornire indicazioni e suggerimenti e prendere contatti in modo non invasivo per seguirla nel cammino verso un cambiamento più profondo, piuttosto che pretendere uno stravolgimento immediato e radicale delle loro abitudini e ottenere così una chiusura istantanea. Un buon metodo potrebbe essere ad esempio tramite una newsletter con consigli alimentari. Si tratta di regole di buon senso, anche se purtroppo ancora poco comprese.

Ulteriore elemento spesso sottovalutato sono le valenze culturali legate al consumo di carne. Vi sono elementi talmente radicati nelle culture che sarebbe impossibile ipotizzare di sradicare, anche se ciò competerebbe indubbi vantaggi per tutti. Alcuni esempi chiariranno agevolmente il concetto. Nessun potrà mai convincere i cinesi a sostituire le migliaia di ideogrammi in uso nel loro sistema di scrittura con i 26 caratteri dell’alfabeto latino, anche se il sistema alfabetico offre vantaggi indubbi rispetto a quello ideogrammatico. Allo stesso modo, nessuno potrà mai imporre ai popoli europei di abbandonare l’uso della propria lingua madre a favore dell’inglese. La tradizione del consumo di carne è in grado di frapporre questa resistenza ad un vento di cambiamento di stampo etico? Si sarebbe tentati di rispondere di no, dal momento che oramai è possibile agevolmente sostituire gran parte dei prodotti tradizionali a base di carne e derivati con omologhi sostituti a base vegetale; e con questo si ribadirebbe la valenza della facile reperibilità di questi prodotti nella catena di distribuzione. Tuttavia, vi sono altre motivazioni intimamente egoistiche — prima fra tutte l’appagamento del palato — ma anche emotive e sociali, che difficilmente possono essere colmate con un sostituto e base vegetale.

Bisogna prendere atto che il veganismo, con il vedere tutto bianco o nero, difficilmente si adatta alla complessità della società e potrebbe diventare esso stesso nemico del cambiamento, se spinto al punto di non ammettere che gli altri possano seguire strade meno rigide di quella eletta. Il pericolo in agguato è una chiusura alla realtà e il non saper cogliere e premiare l’attitudine a mettersi in gioco di chi, tuttavia, ha paura di fare un passo così complesso. Questo accade in buona fede, perché si è presi dalla volontà di affermare la propria dottrina ed imporre i relativi comportamenti. Bisogna invece capire quando è il momento di fermarsi e guardare le cose da una prospettiva diversa. Ciò non vuol dire abbandonare la partita e rinunciare ma solo farsi scaltri e saper anticipare ciò che spesso chi è sinceramente interessato alle nostre parole ha tuttavia difficoltà o timore a chiederci: un aiuto per iniziare un percorso, che non sa dove lo porterà ma nel quale vorrebbe impegnarsi.

Uno sforzo essenziale è avere in mente che ogni forma di attivismo è proficua se crea ponti d’oro, non se stende barriere di filo spinato. D’altro canto, più persone si raggiungono e si portano dalla propria parte o anche solo si avvicinano alle proprie posizioni, più risultati si ottengono e in minor tempo. Anche se il primo livello di sensibilizzazione può essere molto inferiore al risultato che si vuole ottenere, un cammino sarà stato avviato e ciò vale sia per i singoli, sia a maggior ragione per la società nel suo complesso. Se si ha a mente che l’obiettivo complessivo è più ampio della “conversione” del singolo, diventa chiaro che un attivismo efficace dovrebbe mirare a far emergere la questione della condizione animale e renderla un argomento di discussione per l’intera società, affinché non resti una tematica di nicchia per spiriti gentili e sensibili. Bisogna essere consapevoli che un vero processo di cambiamento può innescarsi solo a partire dal fermento delle idee e può prendere vigore e vivacità solo tramite la discussione, quanto più ampia e pubblica possibile.

Le condizioni descritte possono fiorire solo se ci si allontana dalle logiche autoreferenziali, identitarie e settarie che accomunano alcuni piccoli gruppi radicali, che leggono il mondo attraverso categorie storiografiche antiquate e, avendo scelto di lottare secondo le proprie regole, non hanno alcuna possibilità di impattare in modo reale sulle complesse strutture esistenti nella società.

Anche sul versante delle associazioni, vi sono iniziative ben studiate, che possono portare risultati concreti ed è importante che proseguano. Fra queste, vanno citate come ben posizionate il Mercoledì Veg della LAV e la Settimana Veg promossa da Essere Animali, che sono aperte a tutti ma destinate soprattutto a persone interessate a ridurre il proprio consumo di carne. Importante è in questi casi impostare la comunicazione in modo da approcciare il più alto numero di persone e far sì che siano incuriosite e spinte a proseguire l’esperienza, andando oltre l’impegno minimo inizialmente assunto.

Tuttavia, proprio il clima di maggiore interesse verso il veganismo degli ultimi anni ha fatto sì che le organizzazioni e individui iniziassero a spingere il proprio impegno verso obiettivi più alti, con il risultato che ciò che sta nel mezzo venisse visto come inadeguato, se non sconveniente. Ciò si avverte non solo nell’informazione ma anche nelle decisioni strategiche relative alle campagne in corso. La LAV ha ad esempio eliminato il proprio sito sulle “uova felici”, dove si davano consigli per evitare l’acquisto di uova da galline in batteria. Anche se questo nuovo approccio diretto al veganismo è certamente lodevole, va detto che se il senso di inadeguatezza per osare troppo poco non può appartenere a chi porta avanti battaglie per migliorare le condizioni degli animali. È giusto chiedere in termini ideali l’abolizione degli allevamenti ma se nel frattempo si ottiene una riduzione della sofferenza, si tratta pur sempre di un primo passo importante nella vita di generazioni e generazioni di animali. Resta importante portare avanti allo stesso tempo delle istanze riformiste, in parallelo con quelle abolizionistiche che sebbene siano le sole perfettamente coerenti con gli obiettivi a lungo termine delle organizzazioni, dall’altro se non accompagnate da obiettivi di benessere animale ne riducono il potenziale nel medio e lungo termine.

D’altronde, se il mezzo per ottenere cambiamenti è esercitare pressione sulla politica, la ricerca del compromesso è spesso l’unico modo per ottenere progressi. Ogni minimo avanzamento costituirà un nuovo punto di partenza, da cui procedere verso ulteriori miglioramenti, proprio perché è impensabile sperare di ottenere tutto e subito. Purtroppo la tendenza a irrigidirsi e pretendere obiettivi più arditi è visibile negli ultimi anni proprio nel fatto che sono diminuite le richieste esplicite a favore del miglioramento delle condizioni di vita degli animali e anche la comunicazione rispecchia questo nuovo paradigma. Lo stigma attribuito a chi lotta per “gabbie più grandi” ha rallentato le battaglie per i progressi legislativi che mirino ad ottenere a condizioni migliori per gli animali negli allevamenti.

Il risultato? Mentre in America a seguito di importanti campagne di pressione le grandi catene di fast food e l’industria alimentare si fanno vanto di aver abolito le uova da allevamenti con galline in batteria — e con ciò stanno ridefinendo lo standard zootecnico, addirittura prima che la legislazione imponga di abbandonare questa tipologia di allevamento — da noi ancora il 75% circa delle galline vivono chiuse in gabbia. E probabilmente ci avranno ancora a lungo, poiché chiedere all’industria alimentare di approvvigionarsi da produttori di uova non in batteria per molte organizzazioni per i diritti animali non è una scelta in linea con i propri standard etici. Eppure, siamo certi che non sia proprio questa la strada giusta? O che comunque sia un obiettivo da non mettere da parte?

Ancora: lottare per equiparare il coniglio agli animali domestici e vietarne l’uccisione per scopi alimentari è una nobile battaglia; siamo però certi che non sia strategicamente preferibile cercare intanto di chiedere un miglioramento delle condizioni di vita negli allevamenti? Una legge che imponesse il divieto di allevamento in gabbia non avrebbe forse un impatto maggiore sulla produzione, spingendo verso una forte contrazione del mercato? Il confronto da porsi non dev’essere certo tra abolizione e gabbie più larghe, quanto tra probabile fallimento e possibilità di ottenere un risultato, incidendo sulla vita di milioni di animali e spingendo un passo più avanti l’asticella del tanto vituperato benessere animale.

È ben più semplice convincere i consumatori a un aumento del costo che convincerli a rinunciare ma intanto con ogni nuovo passo si segna una strada e il passaggio successivo è spingere verso l’abolizione, appena le condizioni saranno mature. Se tra 5 anni ottenessimo l’abolizione degli allevamenti di galline in batteria, tra 15 anni sarebbe più semplice ottenere la fine degli allevamenti a terra ma pensare di abolire l’allevamento in sé sera prima passare da queste battaglie intermedie è francamente impossibile.

Il problema è che spesso viviamo nel nostro mondo ovattato e non nel nostro tempo. Vogliamo che il mondo comprenda la nostra causa e non riusciamo a capire come mai gli altri non riescano ad avere a cuore ciò che per noi è così urgente e importante e questo genera frustrazione. Dovremmo forse imparare ad accettare l’idea che i processi di cambiamento sono lenti e che ogni passo nella direzione giusta, per quanto piccolo, è positivo.

Le lotte sono complementari e anche all’interno di alcune associazioni, una strada non esclude l’altra. Non si può ragionare solo con il cuore: occorre impostare una strategia e portarla al successo. Se ben orchestrate, le campagne di pressione sono uno strumento formidabile attraverso cui una minoranza può riuscire a condizionare la maggioranza, portandola a cambiare opinione.

Ulteriore stimolo di riflessione: meno del 5% della popolazione è omosessuale, eppure la percezione che abbiamo è che questa percentuale sia molto più elevata. Perché? La ragione è che la lotta per l’affermazione della parità dei diritti LGBT ha ricevuto un’attenzione notevole, riuscendo a vincere le resistenze millenarie della religione e della morale tradizionale, generando sempre più consensi. Questo dimostra che è davvero possibile per una piccola minoranza riuscire ad alzare la voce e cambiare la percezione della maggioranza. Tuttavia, è anche vero che mentre chi si batte per il riconoscimento di maggiori diritti per tutti non vuole ridurre lo spazio dei diritti altrui, chi lotta per i diritti degli animali vorrebbe impedire agli umani di esercitare il proprio dominio sugli stessi, quindi “predica” una condizione finale che è incompatibile con il mantenimento dei diritti che gli umani si sono attribuiti sugli altri animali. In questo, bisogna ammettere che quella dei diritti animali è una battaglia che genera molte meno simpatie.

Foto: Andrew Allio su Flickr

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