L’esplosione del veganismo

Questo articolo appartiene alla serie Il falso mito del veganismo.

  1. L’esplosione del veganismo
  2. Il lungo cammino percorso 
  3. Il cambiamento è nel carrello della spesa
  4. Pensare in modo strategico
  5. Verso il superamento del mito del veganismo
  6. La necessità di un movimento per i diritti animali

Coloro che per le più disparate ragioni si oppongono al veganismo lo dipingono come un mero fenomeno di costume del tutto passeggero o comunque lo sminuiscono, sostenendo che non sia destinato a cambiare il modo in cui gli animali vengono visti nella nostra società. All’opposto, coloro che si astengono dal consumo di prodotti animali per motivazioni di coscienza generalmente considerano questa scelta un’anticipazione di quello che sarà un fondamentale passo in avanti nella civilizzazione umana e per questo motivo ritengono che il veganismo sia destinato inevitabilmente a diffondersi. Proprio in quanto sinonimo di un inevitabile progresso morale, secondo questi ultimi, il concetto che gli animali non debbano essere utilizzati a proprio piacimento dagli esseri umani per le proprie esigenze riuscirà a imporsi sull’opposta ideologia che ha segnato la civiltà umana dalle sue origini, fino a diventare così una fondamentale norma sociale di riferimento.

Come esempi positivi, i fautori del veganismo citano i risultati delle lotte alle discriminazioni, prima fra tutte la (almeno teorica) parità tra sessi e ancora prima l’abolizione della schiavitù; entrambi mutamenti radicali, che hanno segnato in modo profondo e indelebile la società umana. Allo stesso modo, si teorizza un simile cammino — lento ma inarrestabile — verso l’affrancamento degli “schiavi non umani” e la realizzazione di un mondo in cui gli esseri umani non siano più carnefici nei confronti degli altri animali.

La notevole diffusione raggiunta dalla parola “vegan” nel corso degli anni sembrerebbe dare ragione a questa teoria: questo termine ha fatto breccia nel vocabolario collettivo e viene adoperato, nel bene e nel male, con sempre maggior frequenza. Lo certificano anche i trend di Google (www.google.com/trends/explore?q=vegan), che mostrano le ricerche online in costante ascesa. Un effetto da attribuirsi in prima battuta agli enormi sforzi delle organizzazioni per i diritti animali, che con sempre più convinzione stanno svolgendo un efficace lavoro di informazione a favore del veganismo, lasciando da parte le cautele che in passato consigliavano di impegnarsi a propagandare il più rassicurante vegetarismo. 

Parte del merito è da attribuirsi alla diffusione del veganismo tra diversi personaggi famosi, alcuni dei quali l’hanno visto come semplice regime alimentare, altri come scelta di vita consapevole. Quale che sia stata la spinta che ha mosso questi testimonial più o meno consapevoli, l’efficacia del messaggio lanciato dalle organizzazioni per i diritti animali ha finito per moltiplicarsi grazie a questa notevole esposizione mediatica.

Dichiararsi vegani oggi fa tendenza, al di là della sincera convinzione e consapevolezza, mentre fino a pochi anni il termine “vegan” era quasi totalmente ignoto e quando conosciuto non veniva associato a concetti positivi: i pochi vegani lo erano per motivazioni rigorosamente etiche ed erano impietosamente bollati come strambi o estremisti, in confronto ai già problematici vegetariani. Alle motivazioni etiche oggi si sono affiancate quelle salutistiche, oltre alla volontà di imitare il comportamento di quei personaggi pubblici che hanno abbracciato un’alimentazione 100% vegetale.

Guardando però con distacco alla situazione attuale, possiamo dire che nonostante il numero di persone che si impegnano quotidianamente per far emergere il veganismo come modello vincente sia in aumento, i numeri indicano che siamo ancora appena all’inizio del percorso: quanto all’Italia, i dati Eurispes degli anni passati hanno fotografato addirittura un calo degli intervistati che si sono dichiarati vegani, passati dall’1,1% del 2013, allo 0,6% del 2014, per precipitare nel 2015 al pressoché insignificante 0,2%; vegetariani si sono invece dichiarati il 4,9% degli intervistati nel 2013, il 6,5% nel 2014 e il 5,7% nel 2015. Numeri in decisa salita nel rapporto 2016, in cui ben l’1% degli italiani si dichiara vegano (con un ritorno ai valori del 2013) e il 7,1% vegetariano: in totale sarebbero quindi circa 5 milioni di persone.

Certo è che la popolazione vegetariana e vegana nel complesso non supera il 7-8% del totale. Oltretutto, la percentuale di vegetariani “puri” va ulteriormente ridotta, tenuto conto che come è noto molti si professano tali anche se consumano pesce (“pescetariani”) o addirittura quantità moderate di carne (“reducetariani”), il che è inevitabile tenuto conto che queste due ultime categorie non hanno coscienza di sé e quindi chi ne fa parte nel definirsi prendendo le distanze dalla “normalità” onnivora non può che fare riferimento alla categoria più ampia e comoda, che è appunto il vegetarismo.

 Questi ultimi rappresentano un fenomeno complesso e compongono un insieme molto diversificato. Mossi principalmente da motivazioni salutistiche del tutto individuali (ma anche dalla sincera volontà di risparmiare sofferenze agli animali), non hanno una coscienza collettiva, anche se organizzazioni apposite stanno tentando di rendere il reducetarismo una alternativa al vegetarismo appetibile ai più.

Si tratta di numeri importanti, anche se questi dati certificano che siamo ancora lontani dalla garanzia che il risultato sperato possa essere raggiunto: tanta strada resta da percorrere per formare una massa critica tale da consentire di imporre una visione del mondo che rovesci l’attuale sistema di sfruttamento pressoché indiscriminato degli animali. Mentre su internet e soprattutto sui social network si moltiplicano i canali di informazione sul tema, ogni giorno milioni di animali continuano a nascere, soffrire e morire in totale anonimato, senza che la stragrande maggioranza della popolazione si interroghi se mangiare un maiale, indossare una mucca o imprigionare un delfino in una vasca sia giusto o sbagliato.

Foto: Marco Verch su Flickr

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