La necessità di un movimento per i diritti animali

Questo articolo appartiene alla serie Il falso mito del veganismo.

  1. L’esplosione del veganismo
  2. Il lungo cammino percorso 
  3. Il cambiamento è nel carrello della spesa
  4. Pensare in modo strategico
  5. Verso il superamento del mito del veganismo
  6. La necessità di un movimento per i diritti animali

Un movimento forte ha necessità di un’identità forte e riconoscibile. Tuttavia, la locuzione “Diritti animali” In Italia è quasi sconosciuta. Mentre all’estero esiste un movimento per i diritti animali composto da animal rights activistists o advocates, in Italia coloro che si battono per gli animali sono semplicemente definiti “animalisti”. Al loro interno, questa vasta congrega si differenzia in animalisti puri e semplici, antispecisti o più semplicemente vegani. Solitamente, i vegani e gli antispecisti considerano con disprezzo coloro che si occupano solo di cani e gatti, definendoli “canari”, “gattari” o “animalettisti” (o ancora, più elegantemente, zoofili), con ciò volendo sottolineare la propria purezza, dovuta al primato etico di non consumare alcun prodotto di origine animale.

Anche il pubblico eterogeneo non identifica coloro che agiscono nella società a favore degli animali come un movimento di lotta sociale e di progresso etico. Al limite, si percepisce l’esistenza di un più vago “movimento animalista” o “vegano”, composto da un’accozzaglia di sigle, gruppi e associazioni unite dal puro e semplice fatto di occuparsi di animali ma difficilmente si riesce a individuare in questi gruppi la matrice di appartenenza ad un comune movimento di lotta sociale e di progresso etico.

Molto più spesso, l’immagine che passa è che gli animalisti si occupano di mille attività differenti e più o meno capaci di incidere sulla società, delle raccolte fondi per i canili ai presidi contro i circhi, alle manifestazioni contro la sperimentazione animale. Tutte viste come attività slegate le une dalle altre e non finalizzate ad il comune risultato di cambiare i rapporti di dominio all’interno della società. L’animalista modello nella mente dei più si occupa di cani e gatti; gli animalisti che si occupano di altri animali sono visti con sospetto, assumono alle volte il carattere di estremisti. Tutt’al più, quando si occupano di altri animali, gli animalisti “buoni” lottano per aumentare il loro benessere, in senso protezionistico. Non mettono in discussione il fatto che gli animali siano soggetti a sfruttamento da parte dell’uomo, semmai sono spinti da compassione per le loro condizioni e si limitano a cercare di rendere la loro vita meno penosa. Addirittura spesso gli animalisti sono definiti ambientalisti, perché in fondo flora e fauna appartengono al mondo naturalistico e quindi si occupano delle medesime amenità.

“Animalismo” è quindi un cappello generico e fin troppo vago, che può ricomprendere tutto e il contrario di tutto e non rende giustizia alle campagne e richieste delle associazioni che si battono per i diritti animali. 

A ben vedere, in Italia quasi nessuno si definisce promotore dei diritti animali, anche perché, per la verità, non è forse ben chiaro cosa siano i diritti animali. I più li ritengono una questione di matrice legale e forse per questo li guardano con sospetto, mentre i più avveduti li scartano perché preferiscono fare ricorso a Tom Regan e prima ancora a Peter Singer (oltre che dei molti e validi pensatori nostrani) e definirsi antispecisti.

Il concetto di antispecismo, così estrapolato dalla filosofia morale ha quasi raggiunto una portata totalizzante, tanto da aver quasi saturato il panorama dell’attivismo. Chiunque lotti per gli animali non umani (ad eccezione di chi si occupa di animali d’affezione, considerati privilegiati) preferisce definirsi antispecista. Spesso si assimilano erroneamente i diritti animali alla tutela del benessere animale e per questo si considera quella dei diritti una strada indegna per un vero antispecista o tuttalpiù un percorso minore e accidentato, pieno di incognite etiche.

In realtà, i difensori dei diritti animali sono divisi tra abolizionisti e liberazionisti: entrambi i gruppi essenzialmente credono nella necessità di aprire le gabbie (in termini ideali), liberando gli animali non umani e ottenendo così come traguardo di lungo periodo la liberazione animale; tuttavia, se i liberazionisti ritengono che nel lottare per far cessare lo sfruttamento animale si debba ricorrere anche all’impiego della legge, gli abolizionisti ritengono che l’unico diritto che spetti agli animali sia quello di essere lasciati in pace e, correlativamente, che gli umani abbiano il solo obbligo di astenersi dall’arrecare loro del male. Secondo questi ultimi, non si tratta quindi di ottenere concessioni e leggi protettive, bensì di ritenere una volta per tutte gli animali come soggetti separati e liberi rispetto alla società umana, la quale non avrebbe il diritto di emanare norme che li riguardino.

È quindi necessario diffondere il concetto di diritti animali, che tanti vantaggi potrebbe apportare superando la insufficiente distinzione tra il radicalismo antispecista e il magma indefinito dell’animalismo; inoltre, permetterebbe l’inserimento nel seminato delle lotte internazionali per l’affermazione dei diritti animali e ne riceverebbe quindi una chiara e precisa connotazione identitaria.

Foto: Chris Bewick su Flickr.

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